“La nobile arte del vivere ‘qui ed ora’: accettarsi, perdonarsi, restare coerenti con sé stessi”

6–10 minuti

Articolo scritto in collaborazione con la Dott.ssa Giulia Sceusa.

Quando, durante le attività quotidiane, si percepisce che la mente è altrove e non si riesce a essere pienamente concentrati su ciò che si sta facendo, si parla di “Mind Wandering” (MW). 

Il Mind Wandering è una condizione per la quale la mente si distacca dal compito che sta svolgendo per concentrarsi su pensieri o sentimenti “altri”, solitamente non pertinenti all’attività svolta o all’ambiente nel quale si è inseriti in un dato momento.

Uno studio condotto nel 2010 da parte di Killingsworth & Gilbert ha evidenziato che le persone trascorrono circa il 47% del tempo a pensare ad altro rispetto a ciò che stanno facendo, dunque una fetta di tempo significativa. 

Sebbene tale condizione sia molto diffusa, va detto che i risultati di tale studio indicano che il Mind Wandering è spesso associato a sentimenti di disagio ed infelicità.
La psicologia conosce da tempo la tendenza della mente umana a “divagare”, muovendosi lungo due direzioni principali: il passato e il futuro.

La direzione che riguarda il passato riguarda la tendenza a ritornare su eventi già accaduti, soprattutto immaginando alternative possibili (non realizzate) e soffermandosi sugli errori che abbiamo commesso o che crediamo di aver commesso. 

È comune a tutti ripensare a situazioni o conversazioni pregresse, ciò che però caratterizza il Mind Wandering sul passato è la tendenza a formulare pensieri come: “… avrei dovuto dire quella cosa” oppure “…avrei dovuto comportarmi diversamente.” 

In psicologia questo processo mentale viene definito “ruminazione”: si tratta di una forma di pensiero ripetitivo orientata al passato che porta a ritornare continuamente su eventi già accaduti, sugli errori, sui fallimenti o sulle emozioni negative, ritenendo che si sarebbe potuto e dovuto agire diversamente. Questo tipo di pensiero, di per sé, è del tutto normale, entro certi limiti: il cervello umano possiede infatti una specifica caratteristica, ovvero è programmato per imparare dagli errori. Per questo motivo tende a soffermarsi maggiormente sugli eventi negativi rispetto a quelli positivi. Per tale motivo un’esperienza con esito negativo può essere rielaborata per giorni, mentre un’esperienza positiva tende ad essere dimenticata rapidamente. In psicologia questo fenomeno viene spiegato attraverso il concetto di bias della negatività, che descrive la naturale tendenza della mente a ricordare più facilmente le esperienze negative rispetto a quelle positive. E’ come se il cervello disponesse di una grande “lente di ingrandimento” sugli errori e di una lente molto più ridotta sugli eventi positivi.
Quando si ripensa al passato, si osserva un ulteriore fenomeno particolare: spesso si ha la sensazione che sarebbe stato possibile compiere scelte migliori. Tuttavia, in questo caso si commette spesso un errore di valutazione. Il passato viene infatti giudicato sulla base delle informazioni disponibili nel presente, e non di quelle possedute in quel momento. Risulta quindi facile pensare “avrei dovuto fare diversamente” a posteriori, quando l’esito degli eventi è già noto.
Un ulteriore motivo per cui si tende a tornare spesso con il pensiero al passato è che esso è l’unico tempo che si può analizzare davvero. Spesso si pensa che comprendere a fondo ciò che è accaduto permetta di non ripetere degli errori. In parte ciò è certamente vero, perché dalle esperienze passate si possono trarre insegnamenti importanti. Tuttavia, la vita non funziona come un problema matematico: anche se si possono comprendere molte cose, non è possibile eliminare del tutto l’incertezza nelle scelte future.
Infine vi è un aspetto ancora più profondo. Ogni individuo costruisce la propria identità anche attraverso il modo in cui racconta la propria storia personale. Ciascuno sviluppa una sorta di narrazione interna riguardo a ciò che è e a ciò che ha vissuto. Il problema emerge quando alcune parti di questa narrazione, in particolare quelle legate agli errori o alle ferite, finiscono per diventare predominanti, occupando eccessivamente la mente.
Quando la ruminazione diventa particolarmente frequente e intensa, può accadere proprio questo: si finisce per rimanere ancorati nel passato, intrappolati in un circolo di pensieri che alimenta tristezza e senso di colpa.

La seconda direzione verso la quale la mente tende frequentemente ad andare è il futuro. Quando ciò avviene, l’attenzione si concentra su ciò che deve ancora accadere: sulle attività da svolgere, sulle aspettative e sulle possibili eventualità negative. In psicologia questo processo mentale viene definito “rimuginio”. Si tratta di una forma di pensiero ripetitivo orientata al futuro, caratterizzata dalla costruzione di ipotesi, scenari possibili e previsioni su ciò che potrebbe accadere.
Il rimuginio è strettamente legato all’incertezza e al bisogno umano di prevedibilità. La mente tende infatti a cercare di anticipare ciò che potrebbe accadere, nella convinzione che la previsione completa degli eventi possa consentirne anche il controllo. Tuttavia, questo tentativo di controllo, anziché produrre rassicurazione, finisce spesso per alimentare l’ansia. Più si cerca di anticipare ogni possibile problema, più la mente genera nuovi scenari, ulteriori possibilità e nuove preoccupazioni. In questo modo si sviluppa un circolo che tende ad autoalimentarsi.
Dobbiamo fare adesso una riflessione di carattere sociale e culturale: nella società occidentale contemporanea si è fortemente portati a vivere in una dimensione proiettata verso il futuro. Ci viene sin da piccoli trasmessa l’idea che è necessario migliorarsi continuamente, crescere, raggiungere nuovi obiettivi e diventare “qualcosa di più” rispetto alla nostra condizione attuale. Questa prospettiva può essere certamente considerata uno stimolo positivo, ma può anche generare la sensazione di essere sempre “indietro”, in ritardo rispetto a ciò che si dovrebbe essere.
A ciò si aggiunge anche un e,emento importante, che ha attraversato per secoli molte società occidentali: si tratta di un fattore legato alla tradizione delle religioni monoteiste, come il cristianesimo, l’ebraismo o l’islam. In queste tradizioni, la vita terrena è spesso interpretata come un percorso propedeutico, preparatorio a ciò che verrà dopo (ad esempio la “salvezza”, la redenzione, il giudizio finale o l’aldilà).
Questo non implica che la religione sia un elemento negativo, anzi. Per molte persone la religione rappresenta una fonte importante di significato, di speranza e di orientamento esistenziale. Tuttavia, questa visione del futuro, che arriva addirittura a concentrarsi sul periodo dopo la morte, ha contribuito storicamente a rafforzare l’idea che la vita presente costituisca di fatto solo una preparazione per ciò che deve ancora venire.
Se si considerano insieme questi elementi (il bisogno umano di controllo, la tendenza della mente a immaginare scenari futuri e una cultura che spesso orienta lo sguardo verso il domani) risulta più comprensibile il motivo per cui si trascorre una parte significativa del tempo proiettati nel futuro. 

Il rischio che si corre, secondo la psicologia e alcune correnti filosofiche, è che mentre si attende qualcosa che deve ancora accadere o si ripercorrono i propri errori, si perde il contatto con ciò che sta avvenendo nel presente.

Per tentare di orientarsi in questo difficile equilibrio tra presente, passato e futuro, può forse essere utile adottare una prospettiva più ampia, uno sguardo che vada oltre queste dimensioni. Se si considera, ad esempio, la vastità dell’universo, si può comprendere come il nostro pianeta rappresenti soltanto un piccolo punto all’interno del sistema solare, il quale a sua volta costituisce una parte infinitesimale di una galassia, posta tra miliardi di altre galassie. Questo non significa che i propri problemi non siano importanti, ma piuttosto che una prospettiva alternativa, più ampia, appunto, può aiutare a ridimensionarli, a “relativizzarli” e a ricordare che non tutto nella vita assume necessariamente un carattere definitivo, drammatico, totalizzante.
Vivere nel “Qui e Ora” non implica ignorare il passato o escludere il futuro, bensì imparare a rimanere presenti nelle esperienze, mentre queste accadono: ad esempio quando si mangia, è bene mangiare con consapevolezza; quando si parla con qualcuno, è fondamentale essere realmente presenti; quando si svolge un’attività piacevole, è giusto concedersi la possibilità di viverla pienamente, senza proiettarsi immediatamente su ciò che verrà dopo. 

Per fare ciò è necessario provare ad ascoltare anche quello che accade dentro di noi, in un dato momento: riconoscere il proprio stato emotivo e i bisogni che stanno emergendo. Questo vale non solo nei momenti significativi della giornata, ma anche in quelli più semplici, apparentemente privi di eventi rilevanti. 

Per capire quanto poco siamo abituati a fare ciò basta pensare a quello che accade quando abbiamo del tempo libero: molto spesso la prima reazione è quella di prendere il telefono e cercare immediatamente qualcosa da guardare, leggere o fare. È come se vi fosse una costante necessità di riempire ogni spazio vuoto. 

Eppure anche i momenti in cui non si sta facendo nulla possono essere utili: si tratta infatti di spazi nei quali la mente può rallentare, nei quali è possibile riflettere, ascoltare i propri bisogni o semplicemente prendere consapevolezza di ciò che si sta vivendo. 

A volte, infatti, il segreto non è fare di più o accelerare i propri ritmi, ma piuttosto riuscire a fermarsi. 

Non per ignorare il passato o rinunciare a pensare al futuro, ma per concentrarsi, anche solo per un momento, a ciò che sta accadendo nel momento presente.

BIBLIOGRAFIA

Killingsworth, M. A., & Gilbert, D. T. (2010). A wandering mind is an unhappy mind. Science, 330(6006), 932. https://doi.org/10.1126/science.1192439

Nolen-Hoeksema, S., Wisco, B. E., & Lyubomirsky, S. (2008). Rethinking rumination. Perspectives on Psychological Science, 3(5), 400–424. https://doi.org/10.1111/j.1745-6924.2008.00088.x

Kabat-Zinn, J. (2003). Mindfulness-based interventions in context: Past, present, and future.
Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156. https://doi.org/10.1093/clipsy.bpg016

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