Il tema dell’adolescenza è stato trattato in diversi scritti dal Dottor Schneider.
Questo articolo fa riferimento ad un testo del 2022, intitolato “Sessualità, ricerca del rischio e comportamenti estremi in adolescenza. Conoscere e riconoscere i comportamenti più problematici degli adolescenti di oggi”, edito da Schneider Edizioni (Milano) e disponibile sulla piattaforma Amazon:
Questo libro affronta diversi temi relativi agli adolescenti esternalizzanti, tra cui quello della violenza e dell’aggressività.
Chi sono gli adolescenti “esternalizzanti”?
Con questo termine si intendono ragazzi che manifestano il loro disagio attraverso condotte “esternalizzate”, cioè ben visibili agli altri e caratterizzate da inappropriatezza sociale, come ad esempio l’aggressività, l’impulsività e la violazione delle regole. Dal punto di vista del significato, questi comportamenti hanno l’obiettivo di scaricare “sull’esterno”, invece che su se stessi (come accade altre volte, ad esempio nelle condotte “internalizzanti”) l’energia negativa che si accumula in questi giovani a causa di diversi motivi (frustrazioni, conflitti, mancanze, traumi, maltrattamenti ecc..).
I comportamenti esternalizzanti possono portare a condotte di bullismo, trasgressione, vandalismo, prepotenze, violenze.
Violenza ed aggressività.
Rispetto a questi concetti il libro del Dott. Schneider propone innanzitutto un inquadramento filosofico relativo al tema della provenienza della violenza, citando in particolare il pensiero di alcuni autori che si sono occupati di definire la natura umana.
Vengono citati ad esempio Thomas Hobbes (1651) e Konrad Lorenz (1963), i quali, sebbene con delle differenze date anche dal periodo storico nel quale hanno vissuto, ritenevano che gli uomini siano violenti per natura ed inclini all’aggressività verso i propri simili. Per questi autori nell’uomo sarebbe presente una generale tendenza distruttiva nel rapporto con gli altri. Hobbes credeva che l’aggressività (caratteristica tipica per lui della natura umana) potesse venire contenuta solo attraverso l’intervento delle istituzioni e in particolare comminando delle punizioni mentre Lorenz riteneva che l’aggressività abbia una funzione protettiva, di “autoprotezione”, e che per questo è giusto che venga manifestata. Con il tempo Lorenz specificò come i meccanismi di compensazione delle manifestazioni “libere” dell’aggressività si fossero progressivamente indeboliti nell’uomo, con la conseguenza che il rischio di violenza distruttiva, e non più solo “autoprotettiva”, si fosse alzato troppo nei tempi moderni.
Su un versante diametralmente opposto Schneider cita Rousseau (1755). Questo autore parte dall’idea che l’uomo sia di indole naturalmente pacifica e ritiene che gli uomini diventino aggressivi solo perché “corrotti” dalla società, dalle sue dinamiche e dalle sue “storture”.
Con questi esempi Schneider tiene a sottolineare come il dibattito scientifico sia stato nella storia sempre polarizzato tra chi ritiene l’aggressività un tratto caratteristico della natura umana e chi invece la ritiene solo una conseguenza di fattori negativi esterni, sociali e di contesto.
Rispetto al mondo adolescenziale, Schneider sottolinea come nei ragazzi l’aggressività sia una delle forme “naturali” di espressione, venendo alimentata tra le altre cose da una fisiologica “energia istintuale” prodotta dai tanti mutamenti tipici dell’età.
Fattori che predispongono alla violenza e alla aggressività in adolescenza.
Tra i principali fattori Schneider cita innanzitutto i cambiamenti ormonali, che tramite la loro azione producono modifiche sia sul piano comportamentale che emotivo in quanto aumentano l’intensità delle risposte fisiologiche agli stimoli (sia esterni che interni).
Oltre all’aspetto ormonale Schneider cita altri fattori che potenzialmente predispongono i ragazzi alla violenza e all’aggressività: tra di essi vi sono la maggiore autonomia personale (che include una maggiore possibilità di spostamento sul territorio) e il contatto con il mondo esterno: questi fattori, combinati tra loro, espongono i ragazzi ad un maggiore contatto con situazioni potenzialmente pericolose, frustranti o eccitatorie le quali possono produrre tra le varie risposte anche un aumento di atteggiamenti aggressivi.
Un altro fattore che può facilitare l’espressione di comportamenti aggressivi e violenti nei ragazzi è l’immaturità del sistema nervoso: il sistema nervoso centrale infatti in questa fase della vita non è ancora completamente sviluppato e ciò produce sia reazioni a volte esagerate rispetto alle situazioni della vita, che anche una non corretta valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.
La psicologia individuale dei ragazzi.
Il Dott. Schneider avverte che la tensione emotiva interna sperimentata da alcuni adolescenti, spesso di origine ormonale, unitamente al senso di vuoto e di inutilità che tanti giovani oggi sperimentano, porta a sviluppare più facilmente aggressività, abuso di sostanze e alcol, atteggiamenti antisociali o isolamento.
Tali condotte non vanno mai intese come fini a sé stesse ma devono essere interpretate come strategie (sebbene chiaramente disfunzionali) che il ragazzo mette in atto nel tentativo di fronteggiare un’intensa sofferenza emotiva, caratterizzata spesso da ansia e percezioni di scarsa autoefficacia. In adolescenza molti ragazzi adottano comportamenti problematici come espressione di un malessere psicologico profondo, spesso non pienamente mentalizzato o verbalizzato, che fatica a trovare canali alternativi e più adattivi di regolazione emotiva.
Il contesto.
Molti autori concordano sul fatto che il contesto (sociale ma anche familiare) giochi un ruolo importante nell’espressione dell’aggressività e della violenza in adolescenza. Con il termine “contesto” Schneider fa riferimento all’insieme delle interazioni tra i ragazzi e l’ambiente circostante, interazioni che risultano influenzate da fattori di natura sociale, relazionale e psicologica.
Nello specifico i fattori sociali sono l’ambiente familiare (che include lo stile genitoriale), il contesto socio-culturale (valori, norme, aspettative sociali e culturali con cui si cresce), l’ambiente scolastico o altri ambienti nei quali il ragazzo sperimenta la socialità. Se questi ambienti risultano negativi, i ragazzi tenderanno con maggiore facilità ad esprimere comportamenti violenti.
I fattori relazionali sono ad esempio la qualità delle amicizie e l’accettazione o il rifiuto del ragazzo da parte del gruppo degli amici. L’esclusione dal gruppo può infatti generare reazioni aggressive a seguito di alti livelli di frustrazione sperimentati.
Infine nell’espressione di aggressività e violenza sono coinvolti anche fattori psicologici individuali. Questi riguardano le caratteristiche specifiche di un dato individuo come la competenza emotiva (ovvero la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni proprie e degli altri) e la capacità di autoregolazione (ovvero la capacità di gestire le proprie reazioni). Anche la competenza socio-cognitiva è rilevante nell’espressione della violenza: essa riguarda l’abilità di interpretare correttamente le intenzioni altrui e di utilizzare strategie efficaci di problem solving.
Oltre a questi, altri fattori psicologici influiscono sull’espressione dell’aggressività e della violenza: tra di essi vi sono il livello di autostima, il senso di autoefficacia (che se è sufficientemente alto riduce l’aggressività), le capacità linguistiche e comunicative (che permettono di trovare alternative all’espressione aggressiva) e infine i tratti temperamentali, intesi come quegli aspetti innati della persona che definiscono il “carattere” individuale (un ragazzo può ad esempio essere più o meno reattivo agli stimoli, può essere più o meno aperto alle novità, avere o meno una propensione a svolgere attività motoria e avere o meno una buona capacità di prestare attenzione). Essere aperti alle novità, trovare piacere nelle attività fisiche ed essere capace di prestare attenzione sono fattori che diminuiscono il rischio di risultare violento. In particolare un ragazzo capace di prestare attenzione alle cose e di rimanere “attento” sarà più sereno, capace di tranquillizzarsi e di essere in grado di non farsi sopraffare da spinte interne aggressive e violente.
Apprendere la violenza in casa.
Rispetto alle determinanti della violenza, Schneider cita il fatto che oggi molti autori tendono a ritenere che la violenza e l’aggressività “si imparino”, soprattutto in casa, sin da bambini. Con ciò Schneider intende che modalità violente ed aggressive di regolare i rapporti interpersonali o di reagire ad eventi della vita sono apprese in famiglia in quanto spesso “tramandate” da una generazione all’altra, in special modo dai genitori: osservare, vedere come i familiari affrontano le frustrazioni e i conflitti o reagiscono agli eventi negativi crea un “imprinting” nei figli i quali imparano così a comportarsi. Se in famiglia vengono adottate modalità aggressive quando non violente di rapporto, i figli si comporteranno nello stesso modo sia in casa che in altri contesti. L’esempio dei genitori e della famiglia ha dunque un peso determinante rispetto a come i figli si comportano e anche a come si esprimono: dobbiamo dunque, avverte Schneider, prestare molta attenzione a come ci comportiamo, i nostri figli ci osservano continuamente e imparano da noi.
Il gruppo.
Nell’analisi della violenza secondo la dimensione del contesto, risulta rilevante considerare il rapporto tra pari, in particolare quello tra amici.
Le relazioni con i coetanei sono per i ragazzi uno spazio fondamentale di sostegno e condivisione, in cui sentirsi compresi, ascoltati e non giudicati.
In adolescenza le trasformazioni fisiche esercitano un’influenza significativa sulle relazioni interpersonali, poiché i cambiamenti corporei associati alla pubertà contribuiscono a modellare l’immagine di sé e la percezione sociale dell’individuo. Per questo motivo durante l’adolescenza si tende a cercare sempre più rassicurazioni e conferme nel gruppo dei pari, per non sentirsi esclusi e diversi.
In molti casi una transitoria non conformità agli ideali estetici condivisi socialmente (il corpo dei ragazzi cambia continuamente e spesso nella crescita il ragazzo può sentirsi “diverso”) può amplificare la sensibilità al giudizio altrui, favorendo l’insorgenza di insicurezza e bassa autostima. Lo sviluppo fisico, soprattutto quando precoce o tardivo, può incidere sullo status all’interno del gruppo dei pari ed esporre l’adolescente a esperienze di vittimizzazione, ridicolizzazione o esclusione, con il conseguente rafforzamento di dinamiche conflittuali e violente: i ragazzi come “reazione” a dinamiche di esclusione o di derisione per il loro aspetto fisico possono reagire aggressivamente diventando anche violenti al fine di sostenere la loro autostima e contrastare la frustrazione derivante dall’esclusione dal gruppo degli amici.
Quando il gruppo al quale un ragazzo appartiene agisce comportamenti violenti, di bullismo o di aggressività è facile che egli, pur di non perdere l’appartenenza a quel gruppo o di non venire considerato negativamente, possa accettare di agire, magari anche se individualmente non lo farebbe, dei comportamenti violenti.
Capita infatti quasi sempre che comportamenti come la trasgressione delle norme, le violenze (anche sessuali) e le prepotenze vengano agiti in gruppo. Soprattutto ragazzi che si sentono fragili, esclusi o sopraffatti dagli altri possono unirsi a gruppi violenti per sentirsi più forti. In questo caso specifico si fa riferimento allo schema di comportamento che Schneider in un articolo del 2025 (“Adolescenti ‘esternalizzanti’ che non accettano la terapia”) definisce di “gregariato”: i ragazzi si uniscono a gruppi che agiscono atti disfunzionali, devianti o delinquenziali al fine di sostenere la loro fragile autostima.
In questo modo, come vedremo più avanti, alcuni ragazzi possono affiliarsi alle cosiddette “baby gang”.
Le relazioni sentimentali e la violenza.
Una specifica declinazione delle relazioni tra pari riguarda l’ambito delle relazioni sentimentali. L’adolescenza come è noto rappresenta una fase cruciale dello sviluppo sessuale ed affettivo, durante la quale emergono il bisogno di costruire legami sentimentali significativi e le prime esperienze amorose. In tale periodo la ricerca di intimità e vicinanza emotiva si accompagna frequentemente a sentimenti di ambivalenza e paura, collocandosi all’interno di un contesto emotivamente intenso e in continua evoluzione.
In questo quadro possono svilupparsi forme di violenza, quali ad esempio la “teen dating violence”, ovvero la violenza nelle relazioni sentimentali adolescenziali, che comprende manifestazioni fisiche, verbali, psicologiche agite anche in forma digitale, tramite internet. Le origini di tale forma di violenza risultano riconducibili a una duplice matrice: da un lato intervengono fattori psicologici connessi all’immaturità emotiva tipica dell’età adolescenziale, che portano a valutare negativamente non solo i comportamenti del partner, ma anche il proprio coinvolgimento in una relazione sentimentale. Il timore del rifiuto da parte del fidanzato/a o di un ragazzo/ragazza dal quale il giovane è attratto, o più in generale il timore del fallimento e della chiusura di una relazione amorosa, possono indurre l’adolescente a mettere in atto strategie compensatorie disfunzionali quali forti dosi di controllo sul partner, gelosia eccessiva e, nei casi più gravi, comportamenti manipolativi o violenti. Dall’altro lato operano fattori culturali e di genere, legati alla persistenza di ruoli sociali che legittimano dinamiche di dominio e sopraffazione, in particolare nei confronti del partner quando percepito come più debole o al contrario troppo “forte”, soprattutto da parte dei maschi verso e femmine. L’adesione a modelli di supremazia maschile, che valorizzano il controllo e la dominanza, favorisce in alcuni giovani la confusione tra gelosia, possesso e amore, contribuendo alla normalizzazione di condotte abusive e aggressive all’interno di una relazione sentimentale.
Ancora una volta l’apprendimento fatto in casa rispetto a come funzionano le cose nella coppia, ribadisce Schneider, è determinante: è fondamentale praticare (dunque insegnare con l’esempio) il rispetto e la tolleranza, così come sostenere la parità di genere, che non va intesa come confusione di ruoli o peggio come conflitto competitivo, ma come rispetto dell’altro e della possibile coesistenza di punti di vista diversi, ricercando sempre una mediazione, un confronto aperto e tollerante.
I comportamenti illegali: la “diffusione della responsabilità”.
La messa in atto di comportamenti illegali (specie se violenti) è agita quasi sempre in forma gruppale. Nei gruppi tali azioni sono rese possibili, tra gli altri fattori, dal fenomeno della “diffusione della responsabilità”, in base al quale i giovani quando sono in gruppo percepiscono una diminuzione del rischio personale e delle conseguenze individuali delle proprie azioni proprio in virtù del fatto che un determinato comportamento è agito insieme ad altre persone. Se un atto è compiuto individualmente, la persona sente tutto il peso, anche emotivo, e tutte le conseguenze che ne derivano in modo diretto, mentre se tale atto è compiuto in gruppo la percezione della propria specifica, individuale responsabilità risulta “sfumata”, “diluita” con quella degli altri.
Alla “diffusione della responsabilità” è connesso il rischio di un “disimpegno morale” individuale, un principio per il quale l’azione all’interno del gruppo favorisce un minore contatto con la propria coscienza morale, determinando un attenuarsi del senso di responsabilità (leggi anche colpa) e del peso etico delle condotte individuali.
Atti illegali e violenti dunque sono più facilmente commessi, in adolescenza, insieme ad altri ragazzi piuttosto che da soli, in quanto il peso individuale di ciò che si è commesso viene ridotto.
Le baby gang.
Un fenomeno relativamente recente, ma in significativa espansione, associato all’aggressività e alla violenza in età adolescenziale è rappresentato dalle cosiddette baby gang.
Per baby gang si intendono gruppi giovanili coinvolti in forme di microcriminalità organizzata nei contesti urbani, composti prevalentemente da soggetti minorenni. Nel contesto italiano, una caratteristica rilevante di tali gruppi è che i membri di queste gang non provengono necessariamente da situazioni di svantaggio socioeconomico ma possono appartenere anche a famiglie con livello di istruzione medio e inserimento lavorativo stabile.
Un elemento strutturante di queste bande, precisa Schneider, è la presenza di uno stile comportamentale e relazionale di tipo “mafioso”, come anche segnala Soraci in un testo del 2020: il senso di appartenenza e la costruzione dell’identità sociale tramite il gruppo violento assumono un ruolo centrale, accompagnati da processi di identificazione con simboli, pratiche e rituali riconducibili a modelli mafiosi. Le attività della gang sono generalmente orientate sia all’ottenimento di risorse economiche da condividere all’interno della banda (ad esempio denari ottenuti attraverso attività di spaccio, rapine o furti), sia all’affermazione del controllo e della supremazia sul territorio. Tali gang si caratterizzano inoltre, come del resto i gruppi mafiosi, per una struttura gerarchica rigida e verticale, caratterizzata dalla presenza di un leader e da modalità stringenti di accesso e mantenimento dei ruoli.
Dal punto di vista psicologico, l’appartenenza a queste bande risulta frequentemente associata a difficoltà individuali nella regolazione emotiva ma anche ad un indebolimento dei riferimenti normativi e dei principi sociali condivisi, nonché ad una marcata propensione all’acting out, inteso come modalità di risposta impulsiva agli stimoli emotivi, spesso accompagnata da scoppi d’ira e comportamenti aggressivi.
Come si arriva ad affiliarsi alle baby gang?
Crescere in condizioni di deprivazione, subire abusi, maltrattamenti o incuria rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di comportamenti aggressivi e violenti e per l’affiliazione a baby gang. Schneider sottolinea che uno stile genitoriale assente o poco adeguato (magari anche perché violento) può favorire l’emergere di condotte antisociali nei figli.
Rispetto alla tipologia di ragazzi, non tutti i giovani coinvolti nelle baby gang provengono da contesti familiari difficili: molti crescono infatti in famiglie apparentemente “funzionanti”, con una situazione economica stabile e genitori apparentemente presenti. In questi casi, il problema non è tanto la mancanza di cure quanto piuttosto, segnala Schneider, uno stile educativo iperprotettivo. Quando infatti i genitori tendono a proteggere troppo i figli, questi ultimi hanno meno occasioni per mettersi alla prova nella vita, per sviluppare autonomia e acquisire fiducia nelle proprie capacità di risolvere efficacemente e pacificamente i problemi. Nel tempo, tale mancanza di esperienze può tradursi in disadattamento, fallimenti, frustrazione e rabbia, condizioni che possono portare a comportamenti violenti o illegali che hanno il valore di ricerca di contenimento e comprensione. Se le risposte dell’ambiente, in particolare della famiglia ma anche della società, non sono adeguate ai bisogni dei ragazzi, questi possono cercare appartenenza a gruppi devianti come le baby gang.
Inoltre, quando non vengono interiorizzati valori fondamentali come il rispetto, la responsabilità, l’impegno e la solidarietà, ciò che è “diverso da sé” può essere percepito come una minaccia. Questa percezione può favorire reazioni difensive e aggressive, che in alcuni casi sfociano in vere e proprie condotte violente.
Il bullismo e le baby gang: similitudini e differenze.
Parlando di baby gang viene naturale il collegamento al tema del bullismo. Tra i due fenomeni, precisa Schneider nel suo libro, ci sono dei punti in comune ma esistono importanti differenze. Tra le principali vi sono la scelta delle vittime, il comportamento dei violenti e di coloro che assistono alle violenze e infine la durata delle azioni violente.
Riguardo alle vittime, il bullismo si differenzia dalle baby gang per la sua selettività, poiché la scelta ricade su soggetti specifici, spesso conosciuti direttamente dai bulli (ad esempio coetanei più fragili o compagni di scuola), mentre le bande giovanili non sono così selettive e capita spesso che le vittime vengano scelte casualmente.
La seconda differenza riguarda il fatto che nel bullismo c’è un solo ragazzo violento che si circonda di “gregari” che assistono alle sue prepotenze, ovvero ragazzi non coinvolti direttamente nel comportamento violento che però sostengono attivamente il comportamento del bullo. Nelle baby gang invece molti sono i ragazzi che agiscono direttamente comportamenti violenti (come vediamo spesso nei Tg che passano immagini di risse e pestaggi tra bande) . Nella dinamica del bullismo oltre alla presenza di un bullo e dei suoi gregari, vi è anche quella (fondamentale) degli “spettatori”, ovvero ragazzi che non sono i gregari del bullo ma assistono comunque all’atto di bullismo. Gli spettatori rappresentano un elemento determinante per la realizzazione di un atto di bullismo, poiché sostengono indirettamente le azioni del bullo tramite la loro semplice presenza. La caratteristica degli “spettatori” è che non agiscono per difendere la vittima. L’azione violenta diventa così uno spettacolo al cui compimento assistono più ragazzi, molti dei quali risultano “fruitori passivi”. Il motivo per il quale gli spettatori non intervengono a protezione della vittima è il già citato fenomeno della “diffusione della responsabilità”: spesso i ragazzi che osservano non intervengono perché si chiedono interiormente “… ma se nessuno degli altri interviene, perché dovrei farlo proprio io? Non è che poi magari divento io la vittima, se la prendono con me o vengo preso in giro io al posto dell’altro?”. Questo blocca spesso in modo determinante la possibilità che la vittima venga protetta e che l’atto di bullismo si interrompa.
Schneider segnala che per le vittime è proprio questa mancanza di intervento e protezione da parte degli spettatori a generare la maggiore sofferenza, ad amplificare il senso di esclusione, a generare rabbia e sentimento di impotenza.
L’ultima differenza tra bullismo e baby gang riguarda il fatto che gli atti di bullismo hanno una durata generalmente breve, nonostante le conseguenze sulle vittime siano a lungo termine. Diversamente, le baby gang tendono a ripetere le azioni violente nel tempo.
Il gruppo e il branco.
Entrambi questi termini fanno riferimento a dinamiche di gruppo.
Se le dinamiche di un certo gruppo sono violente, ciò può costituire il terreno favorevole all’espressione di comportamenti distruttivi ed aggressivi anche in ragazzi che in altri contesti non sarebbero violenti. Quando si agisce insieme, come abbiamo visto, il senso di responsabilità individuale tende ad attenuarsi e la coscienza personale può passare in secondo piano, portando i ragazzi a compiere azioni che difficilmente verrebbero messe in atto da soli o in altri contesti.
In questo senso, il termine “gruppo” può assumere la forma più negativa di “branco”. Con questa espressione si indica un insieme di adolescenti che supera i limiti della convivenza civile e della legalità, agendo ripetutamente comportamenti violenti. Schneider cita un testo di Copelli del 2015, nel quale si definisce il branco come “un’aggregazione patologica di individui uniti dal bisogno di condividere emozioni come frustrazione, paura, ansia e senso di vuoto, che vengono poi espressi attraverso la violenza”.
All’interno di queste dinamiche, l’aggressività rivolta verso persone più fragili diventa spesso un elemento di unione: il compiere azioni violente insieme rafforza patologicamente il legame tra i membri e aumenta la sensazione di complicità. Le vittime, spesso deboli, vengono addirittura “incolpate” dai membri del branco proprio per le loro caratteristiche di fragilità e con ciò si giustificano gli agiti violenti contro di loro: “è colpa loro, che sono così deboli e non sanno difendersi!”. È importante ricordare, non per giustificare ma per comprendere, che spesso si celano dietro ai ragazzi violenti bisogni profondi di attenzione, inclusione e riconoscimento che non trovano purtroppo altre modalità di espressione ed adeguate risposte provenienti dagli adulti.
Le famiglie.
Abbiamo più sopra descritto le caratteristiche delle famiglie dei ragazzi violenti, citando l’incuria, modalità iperprotettive ma anche eccessiva rigidità e maltrattanti.
In questo la letteratura evidenzia come le famiglie dei bulli siano simili per caratteristiche a quelle dei ragazzi appartenenti alle baby gang.
Le famiglie poco autorevoli, frammentate e deboli (o al contrario quelle troppo rigide, senza empatia, violente ed incapaci di ascoltare) rappresentano la base fatalmente perfetta per portare il giovane alla ricerca di un gruppo con cui sfogare il proprio malessere e la propria frustrazione in modo disfunzionale.
Vale la pena riprendere qui il monito di Schneider: le famiglie devono mantenere un buon equilibrio tra controllo e accoglimento, insegnando attivamente non solo il rispetto dell’altro ma anche l’impegno civile verso i più deboli e la necessità di attivarsi in prima persona per difendere chi si trova in difficoltà.
Quali sono i primi segnali di disagio in un ragazzo?
Schneider elenca nel suo libro i segnali di allarme maggiormente riconosciuti dalla letteratura scientifica: l’abbandono scolastico, il rifiuto della scuola e delle regole, l’aggressività nei confronti di adulti o coetanei, la tendenza a idealizzare modelli o figure di riferimento improprie, il consumo di alcol e sostanze, così come improvvisi cambiamenti nell’aspetto o nello stile personale. Questi comportamenti rappresentano quasi sempre segnali di allarme di un disagio sottostante. Tali manifestazioni possono costituire indicatori di un malessere che, in assenza di adeguate risposte educative e di supporto, possono favorire l’adesione a gruppi devianti o il coinvolgimento in comportamenti illegali.
Chi sono i ragazzi violenti?
Risulta certamente utile interrogarsi su quali siano i profili dei giovani maggiormente coinvolti in comportamenti aggressivi, violenti o in attività illecite. Schneider segnala che la delinquenza giovanile si configura come un fenomeno trasversale, che interessa adolescenti provenienti da contesti familiari e sociali eterogenei e non esclusivamente da situazioni di chiaro disagio. I dati disponibili indicano che una quota significativa dei minori coinvolti in reati è di nazionalità italiana, mentre una percentuale minore è rappresentata da giovani stranieri. In questi ultimi casi, il coinvolgimento in attività illegali risulta più frequentemente associato a condizioni di vulnerabilità economica o a forme di pressione e costrizione esercitate da reti criminali, anche attraverso minacce rivolte al nucleo familiare.
Un altro aspetto rilevante è la differenza di genere: Schneider cita le statistiche ufficiali per le quali i reati, soprattutto quelli violenti, sono commessi per l’85% da maschi e per il 15% da femmine (ISTAT, 2019). Schneider sottolinea però che da diversi anni ormai la criminalità femminile è in significativo aumento, soprattutto da parte di ragazze che vengono da contesti disagiati. Inoltre le ragazze sono passate dal commettere prevalentemente reati di appropriazione (come furti) a reati violenti (come rapine ma soprattutto violenza privata), e sempre più spesso vengono coinvolte in atti di bullismo, in reati di abuso sessuale e spaccio (Steffensmeier et al., 2009).
L’assenza degli adulti.
Uno dei principali fattori scatenanti la violenza estrema dei ragazzi è l’assenza delle principali istituzioni adulte come famiglia, scuola, religione e sport, capaci per definizione di contenere le spinte più estreme dei ragazzi. Tale assenza spesso conduce gli adolescenti alla ricerca di un nucleo contenitivo sostitutivo, come ad esempio le baby gang o gruppi disfunzionali di adulti esterni alla famiglia (come ad esempio la criminalità organizzata o gruppi politici eversivi o terroristici) che offrono un senso di appartenenza e riconoscimento partendo dalla stessa rabbia e disadattamento percepiti dai ragazzi.
Per quanto riguarda i fattori di rischio socio-familiari, Schneider cita in primo luogo l’assenza di sorveglianza dei genitori, negligenze educative e uno stile genitoriale troppo permissivo. Accanto a ciò sono rilevanti i conflitti ripetuti tra i genitori, la mancanza di uno dei genitori (per morte, allontanamento o separazioni conflittuali), la presenza di condotte delinquenziali in famiglia e l’aver subito abusi proprio in famiglia. In particolare quest’ultimo fattore di rischio può essere emblematico della mancanza di confini gerarchici chiari e di conseguenza può rappresentare il segno di una genitorialità inadeguata. Rispetto alle negligenze educative, gli stili educativi che Schneider definisce “lassista” o “trascurante” producono attaccamento debole tra genitori e figli e sono spesso associati a una carenza affettiva e al disinteresse per la prole. Questa condizione facilita spesso la commissione di reati.
Una buona notizia.
Un aspetto significativo dell’adolescenza è che questa è la fase in cui il pensiero raggiunge lo stadio della “logica formale”, per cui i ragazzi iniziano ad utilizzare il pensiero “astratto” (Piaget, 1955/1970). Questo importante passaggio maturativo risulta fondamentale poiché permette al ragazzo di sviluppare un contenimento dell’aggressività che si rende indipendente dai gesti concreti dei genitori (come ad esempio sanzioni o punizioni) per diventare “interno” e legato a questioni “morali” (ad esempio “fare del male agli altri è sbagliato”) e all’empatia (“se lo facessero a me, come mi sentirei?” “Cosa sta provando adesso quel ragazzo?”) permettendo così al giovane di essere aiutato nell’elaborare la propria sofferenza tramite il pensiero e le emozioni “ragionate”.
Per concludere.
Schneider nel suo libro “Sessualità, ricerca del rischio e comportamenti estremi in adolescenza” accompagna il lettore nel comprendere che la violenza e la delinquenza in adolescenza non possono essere spiegate con una sola causa. Si tratta di fenomeni complessi, che nascono dall’intreccio tra sofferenza emotiva, difficoltà familiari, dinamiche di gruppo e influenze socio-culturali. In molti casi il comportamento aggressivo e violento rappresenta un modo per esprimere un disagio individuale profondo, un vero e proprio grido di aiuto che questi ragazzi lanciano al mondo degli adulti. Per alcuni ragazzi si tratta di una “scelta” che denuncia un forte bisogno di appartenenza, di riconoscimento e problemi molto importanti in famiglia, che devono essere adeguatamente presi in carico. Per questo motivo è importante andare oltre la “semplice” (sebbene necessaria e doverosa) condanna del gesto, provando a comprendere cosa c’è dietro. L’assenza di adulti di riferimento, la presenza di adulti troppo protettivi o al contrario troppo punitivi, la fragilità emotiva individuale e il peso del gruppo dei pari giocano un ruolo centrale nello sviluppo dei comportamenti violenti nei ragazzi. Intervenire in modo efficace significa offrire agli adolescenti ascolto ma anche contenimento, opportunità di crescita ma anche aiuto concreto nel trovare modalità più sane per esprimere il proprio malessere, partendo proprio dall’esempio in casa e da reazioni adeguatamente contenitive dell’ambiente e della società. Genitori meno violenti producono adolescenti più equilibrati, Schneider su questo è chiarissimo. Ma è necessaria una presenza adulta coerente, capace di unire regole chiare, punizioni ma anche supporto emotivo. Ciò rappresenta uno degli strumenti più importanti per prevenire il disagio adolescenziale e favorire positivi percorsi di sviluppo.
BIBLIOGRAFIA
Copelli, S. (2015). Bande giovanili e stili di vita: Una ricerca sociologica sul territorio. FrancoAngeli.
Gottfredson, M. R., & Hirschi, T. (1990). A general theory of crime. Stanford University Press.
Hobbes, T. (2017). Leviatano (A. Pacchi, a cura di). Editori Laterza. (Opera originale pubblicata nel 1651)
Hobbes, T. (2011). Il Leviatano (G. Micheli, A cura di). Bompiani. (Opera originale pubblicata nel 1651).
Istituto Nazionale di Statistica. (2019). I reati commessi in Italia: Autori e caratteristiche della criminalità. ISTAT.
Lorenz, K. (2021). L’aggressività: Il cosiddetto male (E. Bolla, trad.). Il Saggiatore. (Opera originale pubblicata nel 1963)
Lipsey, M. W., & Derzon, J. H. (1998). Predictors of violent or serious delinquency in adolescence and early adulthood. In R. Loeber & D. P. Farrington (Eds.), Serious and violent juvenile offenders: Risk factors and successful interventions (pp. 86–105). Sage Publications.
Piaget, J. (1970). Dalla logica del fanciullo alla logica dell’adolescente (A. Silvestrelli, Trad.). Giunti-Barbera. (Opera originale pubblicata nel 1955).
Rousseau, J.-J. (2017). Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (G. Preti, A cura di). BUR Rizzoli. (Opera originale pubblicata nel 1755).
Schneider M., “Adolescenti ‘esternalizzanti’ che non accettano la terapia”, Quaderni SIRTS numero speciale “La SIRTS in Messico, 2025, DOI: 10.48299/QSS1-2 025-003-041, https://www.sirts.org/images/documenti-generali/quaderni/numeri-pubblicati/Quaderno_speciale_messico.pdf )
Steffensmeier, D. et al. (2009). Trends in girls’ delinquency and the gender gap: Statistical evidence.
Soraci, S. (2020). Le bande giovanili in Italia: Tra devianza e modelli mafiosi. FrancoAngeli.Steffensmeier, D., Zhong, H., Ackerman, J., Schwartz, J., & Auyont, T. J. (2009). Gender gap trends for violent crimes, 1980–2003: A UCR-NCVS comparison. Criminology, 47(2), 403-444. https://doi.org/10.1111/j.1745-9125.2009.00145.x



