Dott. Marco Schneider
Psicologo e Psicoterapeuta

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Ci separiamo, ma basta litigare!

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La separazione e le sue fatiche.

La separazione ed il divorzio rappresentano sempre un grande fattore di stress.  

Due importanti autori americani, Holmes e Rahe, già alla fine degli anni ’60 condussero studi approfonditi[1] per capire quali siano gli eventi maggiormente stressanti per le persone e posizionarono il divorzio al 2° posto (subito dopo la morte del coniuge) e la separazione al 3°, allo stesso livello della prigionia e della morte di un parente stretto.  

La separazione ed il divorzio sono quindi due tra gli eventi più stressanti e destabilizzanti per le persone, anche se in diversi casi portano poi ad un miglioramento della vita complessiva della famiglia.

 

I paesi industrializzati e le separazioni.

Va detto che le separazioni coniugali sono sempre più frequenti nei paesi occidentali ed industrializzati[2]: in Italia l’ISTAT rileva un aumento esponenziale delle separazioni: in 20 anni (1995-2015) si è passati da 158 separazioni per 1000 matrimoni a 340, quindi con un numero di separazioni più che raddoppiato.

Attualmente la percentuale di coppie spostate che si separa è di circa il 35% (anche se questo dato è falsato dalle nuove leggi sul divorzio breve e sulle unioni di fatto, che possono far sottostimare il dato.

Per ciò che riguarda l’estero i numeri sono ancora più significativi. In Giappone ad esempio circa il 40% delle coppie divorzia[3] mentre Russia e negli Stati Uniti il tasso di divorzi è superiore al 50%.

In Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Repubblica Ceca e Ungheria il tasso è di oltre il 60% mentre in Belgio è addirittura del 70%[4].

Sebbene non per tutte le parti del mondo siano disponibili dati certi, i divorzi risultano aumentati anche nei paesi in via di sviluppo, suggerendo che tanto più un paese diviene “moderno” tanto più il numero delle separazioni coniugali aumenta. Solo per fare degli esempi, in Brasile e Cina il tasso di separazioni è cresciuto attestandosi al momento a circa il 30%, così come in Arabia, Turchia e Kazakinstan. Stessi tassi di separazioni vengono registrati poi in Bielorussia, Moldavia ed Ucraina (paesi oggi in profondo cambiamento a seguito del crollo dell’ideologia e dei regimi comunisti)[5]. Livelli simili di separazioni sono infine presenti alle Isole Cayman (sviluppatesi con il turismo) e per gli stessi motivi nelle Isole Bermuda, a Cuba, in Lituania e in Repubblica Ceca.

È difficile dire se il collegamento tra il grado di avanzamento sociale, economico e culturale di un paese ed il numero delle separazioni coniugali sia il segno di una maggiore apertura queste società anche verso i divorzi oppure se così tante separazioni testimonino l’aumentare del livello di disagio individuale e relazionale nelle società sviluppate.

Quel che è certo è che aumentando il rispetto dei diritti umani fondamentali (come accade di norma nelle società più evolute culturalmente) le possibilità di scelta delle persone aumentano, così come la possibilità di dare seguito concreto alle proprie scelte tra cui anche quella di interrompere un legame sentimentale tramite il divorzio. 

 

Perché ci si separa?

Rispetto alle motivazioni alla base delle separazioni, quelle per “incompatibilità di carattere” sono certamente quelle che si verificano di gran lunga più spesso.

Questo tipo di separazioni porta con sé anche un livello più elevato di conflitto pre e post separativo, a differenza ad esempio di quanto accade nelle separazioni per “esaurimento dell’amore” o per progressiva divergenza di interessi ed aspettative sulla vita tra i coniugi (come nelle separazioni in tarda età). In questi casi infatti il vissuto di un amore e di una intimità che progressivamente vanno scemando non porta di norma ad un conflitto, mentre di solito è presente una condizione emotiva più pacifica legata al ripensarsi fuori dalla coppia. Possono essere presenti dei sensi di colpa, o volte rimpianti e tristezze per la fine dell’amore, ma quasi mai conflitto.

Tornando alle separazioni per “incompatibilità di carattere”, che sono quelle più a rischio di essere conflittuali, va detto che esse non vengono decise tanto sulla base di eventi “puntuali” e specifici nella storia della coppia (quali ad esempio un tradimento, una malattia, un cambio - o la perdita - del lavoro, di abitazione, del contesto di vita, ecc..) ma risultano essere una sorta di evoluzione di un precedente (e spesso perdurante) stato di malessere, insoddisfazione, incomprensione e confitto, il quale alla luce di un evento specifico accaduto nella coppia (che diventa il catalizzatore, il motivo “simbolo” della separazione, la “goccia che fa traboccare il vaso”) sfocia nella decisione di entrambi (più spesso di uno solo dei partner) di separarsi.

I motivi specifici quindi, come quelli sopra elencati legati al lavoro, ad un tradimento, ad una malattia, ecc.., quasi mai da soli portano alla separazione: è necessario infatti perché si arrivi alla separazione che la coppia non funzioni già da tempo.

 

I figli: un fattore di rischio per la coppia?

Un elemento molto particolare che si riscontra nelle coppie che si separano in modo conflittuale è che spesso si tratta di coppie con figli.

Secondo Telefono Azzurro nel 2012 il 73,3% delle separazioni e il 66,2% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio[6].

Spesso in queste coppie il conflitto era già presente da tempo, sebbene più o meno mascherato.

Contrariamente a quanto si può pensare l’avere dei figli spesso non è un fattore di rafforzamento del legame tra i coniugi, come magari poteva esserlo stato - per altre ragioni - alcuni decenni fa, quanto piuttosto di rischio, ed è spesso proprio attorno alla genitorialità che il conflitto coniugale prende forma e si alimenta, portando spesse volte ad una separazione conflittuale.  

Esistono ovviamente coppie che funzionano bene sul piano genitoriale e che decidono comunque di separarsi, ma quasi mai in questi casi si assiste a separazioni conflittuali. Questo perché l’accordo genitoriale stempera sensibilmente il conflitto separativo, risultando quindi la variabile fondamentale nel definire l’evoluzione conflittuale o meno di una separazione.

Oltre a ciò avere problematiche sul piano genitoriale è fonte di conflitto coniugale in modo molto più frequente di quanto accada ad esempio nel caso di problemi con le famiglie di origine.

 

Anatomia del conflitto.

Il conflitto, va detto con chiarezza, se per certi versi e per breve tempo può anche essere un veicolo di cambiamenti e trasformazioni, è sempre un elemento di forte stress per i sistemi umani, primo tra tutti la famiglia. Una cosa infatti è litigare qualche volta ed alternare i litigi a momenti di serenità ed accordo, altro è mantenere un perenne clima belligerante, con continui attacchi, squalifiche e ritorsioni verso l’altro.

La negatività di un conflitto continuo è sempre particolarmente insidiosa. Lo è per le relazioni, per la stabilità degli affetti ma anche per la salute fisica, per il benessere psicologico così come per l’equilibrio familiare.

Oltre agli adulti, sono soprattutto i figli a patire il conflitto tra i genitori. Già Winnicott, il noto psicologo dell’età evolutiva, sosteneva nel 1973 (p. 113) che “… i bambini sono estremamente sensibili al tipo di relazione esistente tra i genitori: quando tra le quinte va tutto bene, il bambino è il primo a rendersene conto e lo dimostra: infatti è palesemente più a proprio agio ed è felice; è anche più facile accudirlo[7].

Gli psicologi del centro “Interattivamente” di Padova[8] ed in particolar modo il Dott. Mascena, riferiscono che un conflitto coniugale continuo e degenerativo, con perdita della stima reciproca, critica generalizzata rivolta alle azioni del partner, un atteggiamento di continua difesa di fronte alle osservazioni dell’altro negando la propria quota di responsabilità, il disprezzo verso quanto dice o fa l’altro, l’assunzione di atteggiamenti di accusa e rimprovero finalizzati ad evidenziare le mancanze dell’altro, ecc.. sono sempre negativi, sia durante la convivenza dei partner che anche successivamente.

Non trova infatti conferma scientifica la teoria secondo la quale il conflitto terrebbe “vivo” il rapporto.

Il conflitto infine alimenta vissuti molto negativi su di sé, sull’altro e sulla situazione in generale creando una serie di problemi aggiuntivi a dinamiche separative già di per sé complesse.

 

Molti ricercatori hanno studiato i vissuti di cui le coppie conflittuali in separazione fanno esperienza. Ecco quali sono i più frequenti:

  • Nel caso di separazioni conflittuali la separazione è decisa più spesso sulla base di vissuti di “maltrattamento” familiare piuttosto che prendendo atto del termine dell’amore coniugale, o ancora è decisa sulla scorta di un negativo vissuto di eccessiva “dipendenza” dal partner (di tipo economico ma non solo, ad esempio anche affettivo, familiare, ad esempio “… la sua famiglia non mi accettava, io non potevo fare nulla e lui/lei non mi difendeva….” , genitoriale, ad esempio “… io volevo ma lui/lei non mi faceva fare davvero il genitore, criticava sempre…” - ecc..)
  • il rapporto con i figli è descritto come più problematico. Immersi come sono nel loro conflitto i genitori non riescono a comprendere che i figli sono vittime impotenti del loro conflitto. Molto spesso in una separazione conflittuale emergono visioni negative dei figli, spesso associate al carattere dell’altro coniuge: ad esempio il rapporto con un figlio può essere sentito come problematico perché egli “assomiglia” all’ex partner negli aspetti più negativi, oppure perché è “spalleggiato” dall’ex partner, o più spesso “plagiato”, ecc..)
  • nelle coppie conflittuali l’altro coniuge viene giudicato più negativamente e ne vengono evidenziati soprattutto gli aspetti negativi. Quelli positivi invece tendono ad essere misconosciuti: ad esempio non vengono colte specifiche competenze relazionali o affettive dell’ex partner, e nemmeno quelle genitoriali. Ciò che si perde di vista infatti è che ad esempio molto difficilmente un genitore è “completamente e totalmente” negativo, e che i comportamenti, anche i più disfunzionali, rispondono sempre a delle logiche relazionali, risultando in qualche modo “costruiti” dentro le relazioni. Ci si sente solo vittime di un ex partner completamente “sbagliato”, che arriva ad incarnare ogni negatività perdendo all’opposto ogni elemento positivo
  • si avverte un maggiore senso di fallimento e sfiducia in sé.

 

I desideri legati alla separazione.

Quando si inizia ad immaginare la separazione l’aspettativa è normalmente quella, soprattutto da parte del coniuge che porta avanti la separazione, che le cose andranno meglio, che i rapporti in famiglia – divenuti a questo punto meno frequenti tra gli ex coniugi – saranno meno disturbanti per sé e per i figli e che la qualità della vita migliorerà per tutti. 

Se in alcuni casi di separazione ciò effettivamente avviene, perché si riescono a cogliere degli aspetti positivi dentro ad una situazione di complessiva negatività e fatica, questa evoluzione non è però purtroppo la norma, anzi.

Il conflitto infatti continua durante le fasi della separazione e anche dopo l’avvenuta separazione

Perché ciò accade?

Perché la separazione non risolve un conflitto che spesse volte lacera emotivamente sia i partner che i figli che le famiglie estese?

Le ragioni sono diverse, ma tutte fanno capo al fatto che non è sufficiente la separazione fisica dal coniuge per risolvere uno stato di conflitto, specie se presente da tempo: è infatti necessario che la coppia passi attraverso diversi stadi della separazione, elaborandoli tutti. Solo così la separazione potrà realizzare quel miglioramento nella vita di tutti così desiderato da tempo.

 

 

Gli stadi della separazione.

Bohannan (1970, 1973, 1985), un autore statunitense che per molto tempo ha studiato cosa accade nelle separazioni coniugali, ha individuato 5 stadi della separazione.

Secondo questo autore il primo stadio della separazione è quello della separazione emotiva.

Questo tipo di separazione può avvenire molto prima che la coppia si separi fisicamente, o al contrario può non arrivare per molto tempo dopo la sentenza di divorzio. Oppure ancora può arrivare per uno solo degli ex partner e non per entrambi. Alla base del mancato superamento della separazione emotiva ci sono le aspettative sul matrimonio e su di sè, i sogni infranti, i mancati progetti di una vita insieme, ovvero la parte più emotiva e sentimentale del “patto matrimoniale”[9].

La seconda fase della separazione è quella del divorzio legale, ovvero lo scioglimento giudiziale del vincolo coniugale. È importante affrontare questa fase quando la precedente, legata alla separazione emotiva, è stata sufficientemente affrontata e superata. Se ciò non avviene, la separazione legale diviene particolarmente dolorosa e traumatica. “Spesso si verificano situazioni in cui nonostante a livello ufficiale si sia sciolto il patto, non altrettanto si riesce a fare a livello emotivo. Si determina così una situazione ambigua che coinvolge non solo gli ex coniugi ma anche i figli, i nuovi partner, i parenti e gli amici”, dicono in un loro recente articolo Daniela Maronetto e Valentina Soave, due studiose italiane del tema[10].

La terza fase della separazione è quella della separazione economica, ovvero la ristrutturazione delle finanze della famiglia con la divisione dei redditi e la definizione dei vari assegni di mantenimento. In questo nostro periodo storico di crisi e precarietà lavorativa questa fase provoca non poche difficoltà sul piano finanziario, aumentando eventuali problematiche economiche già presenti in famiglia ed impoverendo finanziariamente entrambi gli ex partner.

La quarta fase è quella del divorzio comunitario, ovvero la rottura o l’indebolimento di alcuni rapporti significativi con gli amici comuni e con i parenti acquisiti, oltre all’abbandono da parte di uno dei due coniugi del luogo di residenza (e in parte del vicinato in caso di trasferimenti in altra città o quartiere). Rispetto a questo passaggio certamente uno dei compiti più delicati per chi si trova ad affrontare una separazione è quello della ricostruzione di una rete sociale di riferimento e di supporto. Questo naturalmente vale non solo per gli adulti ma anche per i bambini.

La quinta fase è quella definita del divorzio psicologico, ovvero la “separazione di sé dalla personalità e dall’influenza dell’ex coniuge”, continuano Maronetto e Soave. Nella Sostanza questa fase prevede che gli ex partner imparino a vivere senza l’altro, affidandosi a sé stessi come persone autonome ed indipendenti o ad altre figure nel frattempo entrate (o rientrate) nella loro vita. Questo “compito evolutivo” diventa particolarmente faticoso nel caso in cui la separazione non sia stata una scelta, ma sia stato un evento subìto dalla persona. “Generalmente in colui che viene lasciato prevale senso di smarrimento e di paura nel gestire da soli la quotidianità, mentre in colui che lascia un profondo senso di colpa”, concludono Maronetto e Soave.

 Rispetto al conflitto coniugale, esso solitamente prende forma e si esprime con particolare negatività soprattutto nelle prime tre fasi descritte, ovvero nella separazione emotiva, in quella legale ed in quella economica.

La prima fase è quella nella quale il “gioco conflittuale”, che prima poteva essere più o meno esplicitamente accettato da entrambi i partner come una modalità “usuale”, nota, di relazione (coinvolgendo anche con i figli), prende ora a sua vera forma di separazione, in virtù della quale uno dei due partner inizia a non voler più stare in relazione con l’altro e ad immaginare una vita diversa. 

Questa dinamica conflittuale, se i partner non riescono ad elaborare già qui l’idea di separarsi e di non essere più in contatto, viene spessissimo traghettata nella seconda fase, quella giudiziaria, dove si verificano lunghe e dolorose dispute legali per l’affidamento dei figli, per la definizione degli assegni di mantenimento, per l’assegnazione delle/delle case di proprietà o di altri beni, ecc..

Le fasi successive, ed in particolar modo la terza, quella economica, continuano ad essere terreno di scontro tra gli ex partner, i quali spesso se non vengono aiutati dall’esterno non riescono a trovare la necessaria lucidità per guardare alla separazione come ad una opportunità di una vita migliore, fuori dalla quella dinamica nefasta che per anni ha reso la vita molto difficile a loro, ai figli e al resto delle famiglie.

Se ciò non accade, gli accordi presi nelle varie fasi del giudizio legale (ed anche in sedi alternative come la mediazione familiare) continueranno ad essere disattesi proprio per non perdere, soprattutto da parte dell’ex coniuge che maggiormente esprime la mancata elaborazione della separazione, quel legame con il partner di cui si crede di avere ancora bisogno “nonostante” la spesso grave degenerazione della relazione sentimentale.

Il vissuto infatti di tradimento, di delusione, di tristezza, di rabbia, di amarezza, di abbandono per il fallimento di una storia d’amore sulla quale si era puntato molto è infatti la molla che più di altre tiene vivo il conflitto con quello che prima era il partner amato.

 

“Vedere fuori” dal conflitto.

Cosa si può fare per evitare di mantenere vivo un conflitto o anche di accenderlo?

È innanzitutto necessario, sia durante la relazione che quando la coppia è separata, non rispondere mai alle provocazioni del partner e non farsi ovviamente coinvolgere nel conflitto.

Studi dimostrano che tutti riusciamo in un modo o nell’altro a distinguere il momento in cui un conflitto inizia, ovvero il momento in cui decidiamo di accettare la provocazione e di rispondere (o anche di non rispondere, secondo una logica “complementare”), dando vita così di fatto ad una nuova interazione conflittuale. Quindi secondo alcuni studiosi tutti noi saremmo ben consapevoli che una provocazione ci sta “arrivando addosso” e che a seconda del nostro modo di rispondere potremmo o meno accendere un conflitto.

Questo accade perché, a differenza ad esempio di situazioni di maltrattamento, il conflitto è un fenomeno completamente relazionale: non si può infatti essere in conflitto con qualcuno che non confligge con noi. Possiamo “maltrattarlo”, essere aggressivi, violenti, ma se l’altro non risponde, il conflitto non si accende.

Alla stessa stregua di un incendio, un conflitto non parte se non vi è la presenza contemporaneamente di alcuni elementi. Essi sono: una relazione, una provocazione, una risposta alla provocazione, una motivazione al conflitto.

Ovviamente è molto difficile quando si è parte in causa in un conflitto riuscire a mantenere la giusta lucidità e sapersi comportare nel modo corretto, quello cioè che non accende l’escalation conflittuale.

In questi casi è sempre importante pensare, più che al nostro punto di vista, a quello degli altri, ovvero alle possibili emozioni e alle possibili conseguenze delle nostre dinamiche sulle persone a noi care, primi tra tutti i figli.

Pensare ad altri infatti, e non alle nostre reazioni e alle nostre emozioni negative mentre siamo in un conflitto, ci aiuta a decentrare il nostro punto di vista, a “vedere fuori” dal conflitto.

Questo è fondamentale, come abbiamo visto più sopra, non soltanto per noi ed il nostro benessere, ma anche per quello delle persone a noi vicine, specialmente i figli, i quali non hanno che danni da dinamiche genitoriali negative caratterizzate dal conflitto.

“Guardare fuori” dal conflitto ci permette anche di pensare a noi in chiave futura e a non rimanere agganciati al conflitto stesso, ci permette di guardare al nostro ex partner in modo meno conflittuale e più sereno, al fine di preservare quelle parti buone che abbiamo tempo prima visto nel nostro partner e che ci hanno convinti ad iniziare una storia d’amore con lui/lei, magari mettendo al mondo dei figli che necessitano, nella fase di separazione e post separazione più che mai, di un ambiente sereno, accogliente e rassicurante che permetta loro di non venire troppo danneggiati dalle scelte e dalle sofferenza dei genitori.

 

 

Bibliografia

  • Andolfi M. (a cura di), (1999), La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale, Milano, Raffaello Cortina Editore
  • Bohannan (1970), Divorce and after. Garden City, N.Y., Doubleday
  • Bohannan (1973), High Points in Anthropology, New York, Knopf
  • Bohannan (1985), All the happy families : exploring the varieties of family life, New York, McGraw-Hill.
  • Holmes T. H. and Rahe R. H. (1967), The social readjustment rating scale, Journal of Psychosomatic research, 11(2), 213-21.
  • Winnicott D.W. (1973), Il bambino e il mondo esterno, Firenze, Giunti e Barbera

Sitografia

 

 [1] Holmes T. H. and Rahe R. H., 1967, The social readjustment rating scale, Journal of Psychosomatic research, 11(2), 213-21.

[2]https://www.istat.it/it/files/2016/11/matrimoni-separazioni-divorzi-2015.pdf?title=Matrimoni%2C+separazioni+e+divorzi+-+14%2Fnov%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf

[3] https://it.ihodl.com/infographics/2017-02-14/il-tasso-di-divorzi-nel-mondo/

[4] https://it.ihodl.com/infographics/2017-02-14/il-tasso-di-divorzi-nel-mondo/

[5] https://viaggi.nanopress.it/news/divorzi-nel-mondo-i-paesi-dove-ci-si-lascia-di-piu/P79513/

[6] https://www.azzurro.it/it/informazioni-e-consigli/consigli/separazione-e-divorzio/quante-sono-le-separazioni-e-i-divorzi

[7] Winnicott D.W., (1973), Il bambino e il mondo esterno, Firenze, Giunti e Barbera.

[8] http://www.interattivamente.org/

[9] Andolfi M. (a cura di), (1999), La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale, Milano, Raffaello Cortina Editore

[10] https://studiopsicologiatorino.blogspot.com/2012/05/il-divorzio-emotivo-e-psicologico.html

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