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Marco Schneider, Monica Caponi Beltramo.

Introduzione.

Le emozioni sono un ingrediente fondamentale della nostra vita e ci accompagnano in ogni momento: ci aiutano per esempio a prendere delle decisioni, nel dare significato a ciò che ci accade e a ciò che percepiamo. Interagiscono e sostengono (a volte in modo adeguato, altre meno) l’apparato cognitivo (razionale) nella valutazione di pro e contro di scelte, comportamenti, nel formulare pensieri, ecc.

Tra le varie tipologie di emozioni ve ne sono alcune definite Primarie, le quali hanno caratteristiche espressive e fisiologiche specifiche e sono definite per una grande parte dalla nostra biologia.
Esse sono rabbia, paura, tristezza, gioia, disgusto e sorpresa. 
Le emozioni primarie hanno la caratteristica di attivare particolari configurazioni facciali e reazioni corporee le quali, una volta prodotte, sono riconosciute universalmente (Ekman, 1994). Le emozioni primarie sono presenti sia negli uomini che negli animali.

Se guardiamo nello specifico all’emozione della Paura vediamo come essa sia una reazione di risposta neurofisiologica che viene attivata in situazioni ambientali problematiche che richiedono una reazione rapida dell’organismo (Galati, 2002).
L’insorgere della paura genera tipicamente nell’organismo reazioni di tipo difensivo come la fuga, l’aumento di sudorazione, il calo della temperatura corporea o l’aumento dell’adrenalina e del battito cardiaco, a seconda del modo in cui viene valutata l’informazione esterna (ovvero il fattore stressante che produce paura).
La paura infatti viene vissuta dall’individuo secondo diversi livelli, che vanno dal semplice timore alla fobia, dal panico al terrore.

L’intensità e le modalità espressive della paura vengono innescate e gestite dall’Amigdala, una struttura cerebrale situata in una zona profonda del nostro encefalo che è fondamentale per l’esperienza e l’espressione delle emozioni.

Se è vero che la paura è una reazione non solo normale ma anche necessaria alla sopravvivenza dell’organismo va detto che se non viene mantenuta sotto controllo può diventare essa stessa un problema, in quanto livelli eccessivamente elevati di paura provocano sia nell’uomo che negli animali reazioni paralizzanti e di apparente “anti sopravvivenza”. Un esempio è il fenomeno del freezing – ovvero il congelamento, la paralisi, l’impossibilità di movimento. Tale processo è attivato dall’amigdala e dall’ipotalamo mediale (Ruiz Martinez, Ribeiro de Oliveira e Lira Brandão, 2005) e costituisce un effetto paradosso in quanto rende il soggetto ancora più vulnerabile alle situazioni ambientali problematiche che hanno attivato la paura stessa.

Di quali paure soffriamo?

La paura è presente nell’uomo (e negli animali) in tutte le età della vita, sebbene sia connessa a bisogni differenti a seconda del periodo evolutivo nel quale il soggetto si trova.
Ad esempio nei bambini le paure più tipiche sono legate alla separazione dai genitori e all’abbandono e vengono eliminate “… dalla vicinanza che, a seconda della figura di attaccamento e della natura della minaccia, varia per grado e intensità…” (Holmes 1993; trad. it. 1994, p. 73)
Queste paure hanno una importante componente biologica alla base: l’essere soli, senza protezione e cure infatti implica il rischio concreto di non riuscire a sopravvivere.
Oltre a ciò, la paura dell’estraneo è una delle principali a questa età. Sono infine spesso presenti paure legate ad animali (soprattutto se percepiti come feroci, selvaggi, carnivori o capaci di mordere, aggredire, ecc..).
Dopo la prima infanzia una delle maggiori paure riguarda l’andare a scuola (fobia scolare) ed il rendimento (ansia da prestazione).
La paura della morte occupa un ruolo di primo piano fino all’adolescenza.
Immagine correlataNegli adulti le paure più ricorrenti riguardano lo spettro ansioso (fobia sociale - timore degli altri e delle interazioni - paura degli attacchi di panico) con o senza implicazioni di tipo fisico (timore delle malattie). Restano spesso presenti negli adulti paure non risolte nell’infanzia, come l’ansia da prestazione o la paura dell’abbandono. Molte persone presentano paure legate al mondo del lavoro o delle relazioni, soprattutto connesse a difficoltà nel risolvere conflitti con gli altri (colleghi o superiori, vicini di casa, ecc..).
Nelle persone anziane è invece spesso presente la paura della solitudine, del pesare economicamente sui propri familiari, ma anche il timore che i propri cari – soprattutto figli e nipoti - possano avere delle difficoltà (lavorative, affettive, di salute) senza che sia possibile intervenire in loro aiuto e soccorso.
Vi sono poi particolari categorie di persone che provano tipologie di paure specifiche, come ad esempio le persone malate gravemente, le cui paure riguardano il non riuscire a superare la propria condizione e lo stato emotivo dei propri cari, o persone vittime di eventi avversi (guerre, violenze, incidenti, cataclismi, ecc..), le cui paure spesso sfociano in condizioni cliniche legate a reazioni di tipo post traumatico, nelle quali “… il trauma è concettualizzato come un evento catastrofico che esula dalle esperienze quotidiane, in grado di produrre una sintomatologia significativa in chiunque” (Cosentino, Buonanno e Gragnani, 2010, p. 151) con implicazioni importanti nella vita lavorativa, di relazione, affettiva e psicologica.

Le paure negli adolescenti.

Negli anni dell’adolescenza i ragazzi si trovano spesso a provare emozioni e sensazioni intense e contrastanti quali la rabbia, la sofferenza, l’euforia, il senso di abbandono e di non riconoscimento, la frustrazione, la pietà, la confusione, il senso di colpa, ecc.
Ciò nonostante l’emozione che più delle altre è comune negli adolescenti è la paura.
La paura nell’adolescente è particolare in quanto ha una duplice natura: da una parte è interna e rivolta verso di sé. Riguarda infatti il timore di non contare e di non essere nulla per gli altri, di non essere come i pari o i modelli identificativi, di non essere mai abbastanza (adeguati, accettati ed amabili), di vivere una vita senza senso e/o di essere costantemente condizionati dagli altri nei pensieri e nelle azioni. Avere presenti queste paure permette di comprendere molti dei vissuti autosvalutativi degli adolescenti e la sensazione spesso molto forte provata dai ragazzi relativa al non avere sufficiente peso nella relazione con l’altro.
Questo sentimento può arrivare a configurarsi come un vero e proprio vissuto di impotenza e scatenare reazioni depressive di ritiro e fuga ma anche al contrario di aggressività, sopraffazione e di manipolazione dell’altro. Tali reazioni hanno spesso lo scopo di trovare un modo per raggiungere una posizione di influenza sull’altro: se infatti l’adolescente percepisce di non valere nulla all’interno di una relazione “reciproca” e consensuale (con amici, in ambito sentimentale, con parenti, insegnanti, educatori, ecc..) allora potrà rinchiudersi in se stesso o tenterà di interagire in modo aggressivo, esagerato, monodirezionale, prevaricante al fine di far sentire la propria presenza e il proprio peso relazionale all’altro.
Questo meccanismo psicologico, reattivo ad un vissuto di impotenza, spiega come mai alcuni ragazzi, specie quando si parla di adolescenti antisociali, arrivino ad attaccare, aggredire, svilire e a distruggere (non solo in senso figurato e morale ma anche concreto) l’altro e l’altrui bene, giungendo fino alla commissione di reati gravi.
La paura negli adolescenti non è però solo attivata da istanze interne di fragilità e impotenza ricondotte al sé, ma fa riferimento anche ad elementi esterni, all’altro. L’altro, il diverso da sé è infatti per l’adolescente un metro di confronto sempre presente e a volte molto duro, in quanto esso è il più delle volte sentito come “sconosciuto”, vissuto come pericoloso perché più capace, adeguato e “potente” rispetto a sè e del quale, anche se lo si desidera ardentemente, non ci si può fidare fino in fondo.
Per questo motivo nei casi più estremi gli adolescenti possono arrivare a pensare che la loro sopravvivenza psichica sia determinata dalla capacità di rendere inoffensivo l’altro, ricorrendo alla violenza fisica e all’annichilimento.

Da dove nascono le paure degli adolescenti?

È di grande interesse, visto il potenziale pericolo di alcune reazioni dei ragazzi alle loro stesse paure, comprendere da dove nascano tale paure e quali siano i fattori che creano nei ragazzi insicurezze così forti da produrre atti anche molto violenti.
Sono tutte determinanti individuali che riguardano esclusivamente l’adolescente e la sua genetica o c’è dell’altro? La questione è abbastanza complessa perché diversi sono i fattori che intervengono.
In primo luogo un grande peso è esercitato dalla nostra cultura occidentale industriale. In essa infatti i nostri giovani crescono e da essa traggono i valori fondamentali con cui interpretare il mondo. La nostra è una cultura nella quale vengono principalmente esaltati la violenza, il sospetto, la competizione, l’individualismo, l’estetica, la performance, la scaltrezza, il consumismo e la paura del diverso. Sono proprio questi valori così connotati negativamente che rappresentano il più importante fattore di rischio per la già fragile psicologia adolescenziale, che alimentano e spesso co-generano le paure e le reazioni sopra descritte.
Tuttavia, non è solo la cultura a creare e sostenere le paure dei ragazzi.
Un ruolo importante è giocato anche dalla nostra società: essa infatti, come sottoprodotto della cultura, appare oggi in netta difficoltà soprattutto per via della crisi dell’autorevolezza della famiglia e della trasmissione dei valori positivi “fondamentali” (quali il rispetto per l’altro, per l’autorità, per l’impegno e il lavoro, per le cose proprie ed altrui, ecc.).
I giovani vivono con grande disagio anche il continuo crescere delle diseguaglianze, la loro scarsa rappresentanza politica e la loro poca valorizzazione all’interno della società, interpretando questi elementi come un messaggio negativo legato all’assenza di prospettive per il futuro.
Come conseguenza di ciò viene a prodursi un circolo perverso che, basandosi sull’individualismo e sulla prevaricazione competitiva, fa sì che l’elemento attorno a cui “ruota tutto” il sistema (della vita quotidiana, degli affetti, delle relazioni amicali, di lavoro, ecc…) sia la lotta per il potere.
La presenza o l’assenza di potere infatti diviene il metro di giudizio della qualità o meno di una persona: meno potere una persona ha, meno meritevole e valore ha.
Per l’ottenimento del potere è attiva una lotta, la quale porta sempre a una visione paranoica legata al concetto di “vincente/perdente” e all’equazione “vali solo se vinci”. Il tema del “potere” nella nostra società è così trasversale alle classi sociali e così diffuso nei pensieri delle persone da essere diventato per tutti noi (in modo cosciente o no) un elemento centrale nella nostra vita di relazione.
All’interno di questa cornice valoriale i primi a patirne sono evidentemente coloro i quali non hanno i mezzi adeguati per competere per il potere.
Se si considera il fatto che evidentemente, a causa delle disuguaglianze sociali, non tutti partono dallo stesso livello, appare possibile che alcuni giovani ricorrano alla violenza e alla delinquenza quale mezzo per ritrovare la sensazione di avere gli strumenti per potersi misurare alla pari con gli altri, creando quindi “… la situazione paradossale per cui il comportamento antisociale è, in un certo senso, inevitabilmente causato da certi valori condivisi e dalla stratificazione sociale che implica l’accesso differenziato ai mezzi legittimi per perseguire gli obiettivi valorizzati socialmente (Merton, 1995, p. 47)”.
La violenza quindi diviene il mezzo per sentirsi alla pari degli altri.

Le paure nella società

Abbiamo detto che negli adolescenti alberga una duplice paura, caratterizzata da un lato da un vissuto di profonda inadeguatezza personale e dall’altro da un forte timore nei confronti dell’altro.
Tale paura come detto origina da alcuni valori fondanti la nostra cultura occidentale (individualistica e competitiva) e da alcune specifiche caratteristiche della nostra attuale società.
È ora importante sottolineare che questo sentimento di paura è bidirezionale, ovvero non è solo l’adolescente ad avere paura dell’altro, ma è anche la società ad aver paura degli adolescenti, soprattutto di quelli più irrequieti e per questo devianti (Coslin, 2012).
La società infatti ha tra le sue principali paure quella della perdita del controllo sui cittadini, che può portare alla disgregazione e al sovvertimento dell’ordine costituito.
Le caratteristiche dell’adolescenza, con il suo carico (anche solo potenziale) “sovversivo” di cambiamento, protesta ed irrequietezza, ben si prestano a sostenere se non ad alimentare le sopra citate paure più profonde della società rispetto alla sua stessa sopravvivenza e al mantenimento dell’ordine pubblico.
Questo timore è insito da sempre in tutte le società organizzate, e a seconda delle culture e delle epoche storiche sono state adottate misure differenti, più o meno repressive, più o meno cruente.

Le paure nella famiglia.

Riducendo ora lo sguardo dal macro al microsistema che ruota intorno al giovane, un ruolo decisivo per la crescita degli adolescenti è giocato dalla famiglia, la quale però è naturalmente anch’essa portatrice di paure.
Anche le famiglie infatti hanno le loro paure caratteristiche, soprattutto quando ci sono degli adolescenti in casa. Tali paure fanno capo al rischio, in presenza di adolescenti, della disorganizzazione dell’equilibrio sino a quel momento raggiunto, del caos emotivo provocato dalla dirompenza delle spinte adolescenziali, della distruzione di quanto costruito per sé e per i figli e al potenziale pericolo per un positivo passaggio alle generazioni successive dell’eredità (dei valori, delle aspettative e dei beni materiali).
Va infatti considerato che l’angoscia di fondo che alberga in ogni famiglia è quella della sua stessa morte, sia per ragioni legate alla distruzione o alla implosione (ad esempio le separazioni coniugali, un lutto, la perdita del lavoro, ecc..) – sia per motivi più psicologici legati alla consapevolezza della propria non immortalità e la fallibilità dei progetti e delle aspettative.
In tutto ciò il carico di protesta e potenziale cambiamento emotivo-relazionale che l’adolescenza porta in famiglia può essere vissuto dalle generazioni più vecchie come un pericoloso fattore di rischio rispetto alla continuazione della vita familiare così come era stata pensata e realizzata fino a quel momento: gli adolescenti infatti possono far credere (non è mai così in realtà, ma possono farlo credere…) di essere in grado di stravolgere l’ordine familiare fino a quel momento vigente ed accettato, e di avere il potere di rovinare la vita ai familiari.
Ciò porta alcune volte gli stessi familiari ad irrigidirsi, perché impauriti, e ad agire comportamenti difensivi volti ad allontanare quegli aspetti dell’adolescenza dei figli ritenuti di maggiore rischio per la famiglia.
Tali comportamenti possono essere di due tipi: possono infatti essere messi in atto comportamenti eccessivamente repressivi (con punizioni esagerate fino a veri e propri rifiuti dell’adolescente come persona) o al contrario seduttivi e collusivi (ad esempio “comprando” il figlio con regali o denaro o ancora “comodità” affinchè egli resti in casa e non si renda autonomo, ecc…). Entrambe queste categorie di comportamenti hanno l’obiettivo di neutralizzare il potenziale destabilizzante per la famiglia proveniente dalle potenziali “ribellioni” e dalle sollecitazioni adolescenziali.
L’adolescenza, soprattutto nelle sue forme più complesse (come la devianza), porta poi con sé il rischio che gli adulti della famiglia vivano un senso di fallimento rispetto all’allevamento della prole e al buon adattamento sociale dei figli. Gli adulti infatti sono spesso spinti dai comportamenti degli adolescenti a chiedersi “Che cosa ho fatto di male?” o “Dove ho sbagliato?”.
Si aggiunga poi che tutto ciò è aggravato dal timore che “l’esterno” potrebbe farsi un’idea negativa dei genitori come persone, pensando che essi sono, alla luce dei risultati, incapaci di crescere adeguatamente i figli. Tutto ciò crea un circolo vizioso che complica sempre più le cose perché la relazione genitori-figli diventa ancora più problematica e non serena.

Più nello specifico il senso di fallimento della famiglia rispetto ad un reato compiuto da un minorenne è aumentato anche dal fatto che la commissione di un tale gesto trasforma in modo irreversibile l’identità stessa della famiglia, sia in termini di autostima che di posizionamento sociale: avere al proprio interno un figlio delinquente è qualcosa dal quale non è possibile “scappare” e che modifica per sempre sia l’autopercezione della famiglia che il vissuto su di essa del microcosmo sociale che le sta intorno.

Analogamente a quanto visto per i comportamenti degli adolescenti, esistono generalmente due tipi di comportamenti messi in atto dagli adulti per sedare l’angoscia di aver fallito sul piano educativo: il primo, di tipo simmetrico, consiste nel proiettare sul figlio tutte le colpe della situazione al fine di alleggerirsi, secondo una logica espulsiva e di allontanamento (“…lui è cattivo”, “…l’ha fatto apposta per ferirmi”, “… che ci posso fare io, non posso fare più di così..”), mentre il secondo, di tipo complementare, si sostanzia nella tendenza dei genitori a giustificare i comportamenti del figlio (“… non poteva fare altrimenti”, “in realtà non è proprio colpa sua, sono gli altri...”) sposando acriticamente la convinzione di avere un figlio costretto dagli eventi ad agire in un modo che non lo rappresenta per come è conosciuto dai familiari.
Una sottospecie di questo secondo tipo di comportamenti riguarda il ricorso al concetto di “malattia” (organica, psichiatrica, evolutiva, ecc..) per giustificare in qualche maniera l’impossibilità del genitore di fare qualcosa rispetto al comportamento deviante del figlio.
Il ricorso al concetto di malattia (in ogni forma, intensità ed espressione essa venga intesa) tuttavia ha l’effetto perverso, piuttosto che di allontanare, di richiamare l’elemento che si intende eliminare, ovvero la difficoltà, il fallimento, della famiglia e della società nella gestione dei comportamenti degli adolescenti: la malattia infatti, richiamando il sistema di cura rappresentato dagli esperti (ossia soggetti terzi che intervengono per risolvere un problema di altri) produce l’effetto di “certificare” un indebolimento della famiglia stessa e della società, e non certo un loro rafforzamento (Timimi, 2005) in quanto ne sancisce la fragilità e l’incompetenza.

Le paure degli esperti.

Sino ad ora ci siamo occupati del peso emotivo della paura sia nell’adolescente che nei contesti relazionali in cui è inserito: la famiglia e la società.
Tuttavia, esiste una quarta tipologia di soggetti che intervengono nel lavoro con i giovani (soprattutto con quelli devianti, delinquenti o comunque in difficoltà) i quali non sono anch’essi esenti dalla paura: questa categoria è costituita dagli “esperti” (medici, psicologi, operatori sociali, sanitari, educatori, Giudici, ecc..).
Anche gli “operatori” (inteso in senso generale) infatti provano consapevolmente o meno alcuni timori specifici.
Ad un primo livello vi è la paura degli utenti con i quali lavorano, in quanto questi ultimi portano ad affrontare i nodi psicologici personali legati alla scelta del tipo di professione svolta: “… cosa nella mia storia personale mi ha spinto ad occuparmi di questa utenza?” “… cosa rivedo di me e della mia storia nei miei utenti?”, ecc..
Allo stesso tempo però gli esperti sentono (come categoria) un importante bisogno di legittimazione che deve arrivare loro dalla società e dai committenti. Per tale ragione uno dei rischi che quotidianamente gli operatori sopportano e combattono riguarda proprio l’eventualità di operare delle scelte restando (anche solo implicitamente) influenzati dal pensiero di quale opinione la società e i committenti potrebbero farsi di loro tramite il loro operato.
Uno dei meccanismi di difesa più comuni rispetto a questa paura è il ricorso alle tecniche, che normalmente è direttamente proporzionale al livello di paura provato: le tecniche infatti, oggettivando il lavoro dell’esperto ed il suo giudizio, danno l’illusione di produrre un lavoro non “inquinato” dalle aspettative di consenso della committenza verso l’operatore.
È bene che gli operatori si pongano costantemente la domanda: “Cosa siamo chiamati a fare come esperti?”, in quanto, se è vero che alla base di tutto sono chiamati a dare risposte, è fondamentale considerare il modo con il quale le forniscono, i loro punti di partenza e i vincoli relazionali che hanno nel darle.
È necessario quindi un continuo lavoro di consapevolezza ed elaborazione che l’esperto deve fare sulle proprie premesse sia personali che professionali al fine di fare al meglio possibile il proprio lavoro.

Come interagiscono tra loro le paure sopra descritte?

Le paure di tutti i soggetti descritti in questo articolo (ragazzi, famiglie, società ed esperti) interagiscono continuamente tra loro nel momento in cui vengono espresse e provate, e producono degli effetti specifici.
Le reazioni della famiglia (che come detto può diventare troppo rigida o troppo collusiva rispetto agli adolescenti) influiscono in modo importante sul comportamento e sulla autopercezione dei ragazzi: essi infatti a seconda che la famiglia si comporti in modo eccessivamente punitivo o al contrario permissivo accentueranno rispettivamente da un lato il loro vissuto di impotenza e fragilità (ma anche di essere “cattivi”, meritevoli delle punizioni e del rifiuto), o dall’altro il vissuto di onnipotenza e di poter fare tutto ciò che vogliono.
Entrambe queste due reazioni degli adolescenti non sono positive per la loro crescita e non devono essere create dai comportamenti degli adulti. È importante invece che la famiglia trasformi, tramite il dialogo con il ragazzo (dialogo che deve essere aperto, franco e “caldo”), l’adolescenza di uno dei suoi membri in una opportunità di crescita e di “immortalità” per tutti, non ricercando quindi l’immobilità e la reiterazione di schemi consolidati quanto piuttosto il continuo cambiamento e il rinnovamento.
Anche la società non deve avere paura degli adolescenti ma anzi deve valorizzare il loro potenziale di cambiamento e trasformazione. Oltre a ciò è fondamentale che la società dia ai ragazzi un ruolo importante e riconoscibile al proprio interno, un chiaro messaggio sulla indispensabilità degli adolescenti per la società.
Non accettare il potenziale di cambiamento portato dagli adolescenti è in realtà un atto suicida della società, perché non solo essa non si dà la possibilità di rinnovarsi rispetto al tempo che passa, ma soprattutto produce con le proprie scelte rigide e conservatrici cittadini infelici e propensi a far risuonare in loro paure e rabbia, che portano all’aumento del rischio di violenze, ribellioni, disadattamenti.
Gli adolescenti devono essere coinvolti nella co-costruzione di servizi per la famiglia e per i giovani, devono entrare nei vari organi amministrativi come i Consigli Comunali, provinciali, ecc.., partecipare ad eventi pubblici, ricevere un budget economico per produrre cultura e felicità, avere occasioni di incontro (e anche confronto e scontro) con il mondo degli adulti, con l’autorità (per esempio le Forze dell’Ordine), disporre di tutor scolastici ma anche per il tempo libero, avere servizi “di prossimità” come l’educativa di strada, beneficiare di progetti di peer education, ecc...
Queste operazioni di inclusione porterebbero alla libera (e maggiormente adeguata) espressione delle istanze più creative portate nella società dagli adolescenti, senza che tali istanze divengano invece violente, di protesta e rabbiose. I vantaggi per tutti di un approccio come quello descritto, sia in termini di diminuzione di problematiche adolescenziali che di rischi di disordini pubblici, sono alti.
Per ciò che attiene infine agli esperti, essi devono con il loro operato contribuire alla valorizzazione della famiglia (in affiancamento alla cura delle difficoltà), evitando accuratamente di sostituirsi ai genitori degli adolescenti: ad esempio sul piano psicologico è opportuno promuovere percorsi familiari al posto di terapie individuali, l’utilizzo di strumenti quali il “network meeting”, il family conference, i tempi per le famiglie, i centri di aggregazione, sostenere la creazione di luoghi e momenti di confronto tra famiglie ed esperti, ecc..

Conclusioni.

Come abbiamo visto l’emozione che maggiormente permea l’ambiente che circonda l’adolescente (soprattutto quando, ma non solo, è un giovane problematico) è la paura, e con essa ciascuno dei soggetti interessati/coinvolti nel percorso evolutivo dei ragazzi deve inevitabilmente fare i conti: se è vero che il giovane ha bisogno di trovare un modo per autoaffermarsi all’interno della società (anche parzialmente deviando da essa), la società specularmente, rispondendo al proprio bisogno di non disorganizzarsi rischia di chiudersi al nuovo e di creare nei ragazzi difficoltà emotive ed identitarie tali da co-determinare l’emergere di gravi comportamenti violenti.
D’altra parte, però, il ragazzo cerca conferme nella famiglia, la quale dal canto proprio combatte il timore di fallire e disgregarsi, di non riuscire a sopravvivere al tempo e ai propri membri, e lo fa spesso attraverso il rifiuto delle istanze più innovative e trasformative portate dagli adolescenti. In talune situazioni il bisogno della famiglia di proteggersi dalle spinte verso il cambiamento è tale da indurla a sacrificare aspetti anche importanti della relazione con l’adolescente stesso.
Per trovare un possibile accordo tra istanze contrastanti se non a volte opposte sono spesso chiamati in causa gli esperti (di diverse discipline), i quali a loro volta devono fare i conti con le loro paure e il loro bisogno di legittimazione.
Per contrastare gli effetti negativi della interazione delle differenti specifiche paure dei ragazzi, delle famiglie, della società e degli esperti è necessario che il potenziale di cambiamento portato dagli adolescenti venga vissuto come una risorsa e non come un pericolo dalle agenzie educative che entrano in contatto con i giovani.

 

RIASSUNTO

L’adolescenza è un periodo di cambiamento nel ragazzo ma anche nelle relazioni e nell’ambiente sociale in cui è inserito; in particolare, nel caso in cui il giovane sia particolarmente difficile, risulta altrettanto complesso avere a che fare con loro. Gli autori in questo lavoro vogliono presentare e prendere in analisi i diversi punti di vista del giovane, della famiglia, della società e degli esperti con cui egli interagisce, partendo dal denominatore comune della paura, emozione presente in ciascuna figura coinvolta. Le diverse paure, talvolta, interagiscono tra di loro in maniera conflittuale: vengono presentate in questo articolo alcune modalità con le quali può essere valorizzata la figura dell’adolescente, diminuendone la paura che provoca e allo stesso tempo prova.
SUMMARY
Adolescence is a period of development mostly characterized by changes, for both teenagers and the social environment in which they live, especially when the young are extremely difficult to deal with. In this work, the authors start with fear as a common denominator to every figure involved, in order to show and analyze different points of view of the adolescents, the family, the society and the specialists, with whom they interact. Different fears sometimes can lead to conflict: this article shows some methods that can enhance the role of the teenagers, decreasing the fear that they cause and they feel at the same time.
PAROLE CHIAVE
Paura, adolescenti difficili, lotta per il potere, cambiamento, fallimento educativo, legittimazione
KEY WORDS
Fear, tough adolescents, power struggle, change, educational failure, legitimacy

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